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domenica 30 giugno 2013

Che cos'è la cultura?



All'inizio sarà bene dare uno sguardo sintetico alla cultura, nelle sue varie manifestazioni. Essa evidentemente è il tutto integrale consistente degli strumenti e dei beni di consumo, delle carte costituzionali per i vari raggruppamenti sociali, delle idee e delle arti, delle credenze e dei costumi. Sia che noi consideriamo una cultura molto semplice o primitiva o una cultura estremamente complessa o sviluppata, noi ci troviamo di fronte a un vasto apparato, in parte materiale, in parte umano e in parte spirituale con cui l'uomo può venire a capo dei concreti, specifici problemi che gli stanno di fronte. Questi problemi sorgono dal fatto che l'uomo ha un corpo soggetto a vari bisogni organici e vive in un ambiente che è il suo miglior amico giacché fornisce i materiali grezzi del lavoro umano, e anche il suo nemico più pericoloso poiché alberga molte forze ostili.
In questo giudizio un po' approssimativo e certamente senza molte pretese, che sarà elaborato pezzo per pezzo, noi abbiamo implicato per prima cosa che la teoria della cultura deve prender posizione sul fatto biologico. Gli esseri umani sono una specie animale. Essi sono soggetti a condizioni elementari che debbono essere soddisfatte affinché gli uomini sopravvivano, la razza continui e tutti gli organismi siano mantenuti in grado di funzionare. Ancora, col suo intero apparato di manufatti e con la sua capacità di produrli e valutarli, l'uomo crea un secondo ambiente. Fin qui non c'è nulla di nuovo e si sono spesso date ed elaborate definizioni simili della cultura. Noi, comunque, ne tratteremo, una o due conclusioni addizionali.
In primo luogo, è chiaro che il soddisfacimento dei bisogni organici o fondamentali dell'uomo e della razza è una serie minima di condizioni imposte a ciascuna cultura. Si devono risolvere i problemi avanzati dei bisogni nutritivi, riproduttivi e igienici dell'uomo. Essi sono risolti con la costruzione di un ambiente nuovo, secondario o artificiale. Questo ambiente che non è né più e né meno che la cultura stessa, deve essere continuamente riprodotto, mantenuto e diretto. Ne consegue ciò che potrebbe essere descritto nel senso più generale del termine come un nuovo livello di vita, che dipende dal livello culturale della comunità, dall'ambiente e dall'efficienza del gruppo. Un livello culturale di vita, inoltre, significa che nuovi bisogni si manifestano e nuovi imperativi o determinanti sono imposti al comportamento umano, Chiaramente, la tradizione culturale deve essere trasmessa da ciascuna generazione alla successiva. Metodi e meccanismi di carattere educativo debbono esistere in ogni cultura. L'ordine e la legge debbono essere mantenuti, giacché la cooperazione è l'essenza di ogni realizzazione culturale. In ogni comunità debbono esistere misure per sanzionare il costume, l'etica e la legge. Il sostrato materiale della cultura deve essere rinnovato, e mantenuto in grado di funzionare. Perciò, alcune forme di organizzazione economica sono indispensabili, anche nelle culture più primitive. Così l'uomo deve, innanzitutto, soddisfare tutti i bisogni dell'organismo. Deve creare dispositivi e compiere attività per nutrirsi, riscaldarsi, alloggiare, vestirsi o proteggersi dal freddo, dal vento e dalle intemperie. Egli deve proteggere se stesso e organizzare tale protezione contro nemici e pericoli esterni, fisici, animali o umani. Tutti questi problemi primari degli esseri umani sono risolti mediante prodotti, mediante l'organizzazione in gruppi cooperativi, e anche mediante lo sviluppo della conoscenza, il senso dei valori e l'etica. Noi cercheremo di mostrare che si può sviluppare una teoria in cui i bisogni fondamentali e il loro soddisfacimento culturale possono essere connessi con la derivazione di nuovi bisogni culturali; che questi nuovi bisogni impongono all'uomo e alla società un tipo secondario di determinismo. Noi potremo distinguere gli imperativi strumentali - che sorgono da attività come quella economica, quella normativa, quella educativa e quella politica - e gli imperativi integrativi. Fra questi elencheremo la conoscenza, la religione e la magia. Le attività artistiche e ricreative potremo riferirle direttamente a certe caratteristiche fisiologiche dell'organismo umano e potremo anche mostrare la loro influenza e dipendenza da modi di azione concordata, da credenze magiche, industriali e religiose.
Se una tale analisi ci fa vedere che, prendendo una certa cultura come un tutto coerente, possiamo stabilire un numero di determinanti culturali alle quali essa deve conformarsi, noi potremo produrre un certo numero di giudizi di previsione come guide per l'osservazione, come metro per l'analisi comparativa, e come misure comuni nel processo di adattamento e trasformazione culturale. Da questo punto di vista la cultura non ci apparirà un 
«insieme di ritagli e brandelli» come è stata molto recentemente descritta da uno o due competenti antropologi. (la definizione è di R. Lowie)
Noi potremo rifiutare l'opinione secondo cui 
«Non si può trovare nessuna misura comune dei fenomeni culturali e Le leggi dei processi culturali sono vaghe, insulse e inutili». 
L'analisi scientifica della cultura, però, può indicare un altro sistema di realtà che anch'esso si conforma a leggi generali, e può così essere utilizzato come guida per l'osservazione, come mezzo di identificazione di realtà culturali, e come base dell'ingegneria sociale. L'analisi ora delineata, in cui noi tentiamo di definire la relazione fra un'azione culturale e un bisogno umano, fondamentale o derivato, può essere chiamata  funzionale. 


Bronislaw Malinowski 



venerdì 7 giugno 2013

Un gene per il linguaggio umano


 Il gene FOXP2 ha dimostrato di avere effetti diversi nell'essere umano e nello scimpanzé regolando in modo diverso l'espressione di altri geni-bersaglio

Un gene per il linguaggio umano
Gli esseri umani condividono con gli scimpanzé circa il 98 per cento del genoma; solo l’uomo tuttavia è dotato di un’innata predisposizione all’uso del linguaggio. Si ritiene, sulla base di alcuni studi, che almeno una parte di questa differenza sia da attribuire al gene FOXP2 che, quando è mutato, è in grado di causare un danno notevole alle capacità linguistiche umane.
 
Ora una nuova ricerca frutto della collaborazione tra l’Universià della California a Los Angeles e la Emory University, i cui risultati sono pubblicati su “Nature”, ha rivelato le principali differenze tra la versione umana di FOXP2 e quella dello scimpanzé, spiegando per quale motivo il linguaggio è una caratteristica unica della nostra specie.
 
"Precedenti studi hanno mostrato che la composizione aminoacidica della versione umana di FOXP2 è cambiata in modo relativamente repentino all’incirca nella stessa epoca in cui il linguaggio è emerso negli esseri umani”, ha spiegato Daniel Geschwind, docente di genetica umana presso la David Geffen School of Medicine dell’UCLA. "Il nostro è il primo studio a esaminare l’effetto di queste sostituzioni di amminoacidi nel FOXP2 nelle cellule umane: siamo così riusciti a dimostrare che le differenze non sono solo di aspetto ma anche di funzionalità.”
 
La funzione di FOXP2 è quella di “accendere” e “spegnere” altri geni, denominati geni-bersaglio. Grazie all’analisi di cellule e tessuti umani insieme a tessuti cerebrali ottenuti post-mortem da scimmie decedute per cause naturali. È così stato riscontrato che la forma umana del gene e quella dello scimpanzé producono, in linee cellulari 
umane in coltura, effetti differenti su un significativo numero dei geni-bersaglio per quanto riguarda l’espressione genica (il processo mediante il quale l’informazione contenuta nel DNA è convertita in proteine).
 
Scoprendo in che modo le capacità di sviluppare il linguaggio è regolata a livello molecolare, i ricercatori sperano di arrivare allo sviluppo di farmaci per patologie in cui le capacità linguistiche appaiono compromesse, come nel caso dell’autismo o della schizofrenia. 

Il ruolo di Foxp2 nello sviluppo del linguaggio

Nuovi esperimenti sui topi confermano che il gene Foxp2 svolge un ruolo essenziale nello sviluppo della comunicazione sociale


Secondo uno studio pubblicato sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences", il gene Foxp2 svolge un ruolo essenziale nello sviluppo della comunicazione sociale. L'associazione fra Foxp2 e il linguaggio era stata identificata per la prima volta in una famiglia nella quale metà dei membri avevano gravi disturbi della lingua e della grammatica. Gli studi avevano indicato che gli individui in questione presentavano tutti una mutazione nel gene Foxp2, che si trova su una regione cromosomica associata all'autismo e a specifici disturbi del linguaggio. Joseph Buxbaum della Mount Sinai School of Medicine e colleghi hanno modificato geneticamente alcuni topi disattivando una o entrambe le copie di Foxp2, per esaminare il ruolo di questo gene nella comunicazione sociale. La disattivazione di Foxp2 ha influenzato la capacità dei topi neonati di emettere vocalizzazioni ultrasoniche (USV) quando venivano separati dalle madri e dai fratelli. I topi con entrambe le copie disattivate esibivano una completa assenza di USV, mentre quelli con un solo gene emettevano USV a un tasso significativamente ridotto. I topi con due copie di Foxp2 disattivate mostravano inoltre gravi disturbi delle capacità motorie e morivano prematuramente, mentre quelli con una sola copia avevano ritardi dello sviluppo più modesti ma comunque osservabili. Secondo i ricercatori, questi risultati rafforzano il legame fra Foxp2 e lo sviluppo del linguaggio e forniscono un prezioso modello animale per studi sperimentali sulla comunicazione. W. Shu, J. Y. Cho, Y. Jiang, M. Zhang, D. Weisz, G. A. Elder, J. Schmeidler, R. De Gasperi, M. A. Gama Sosa, D. Rabidou, A. C. Santucci, D. Perl, E. Morrisey, J. D. Buxbaum, "Altered ultrasonic vocalization in mice with a disruption in the Foxp2 gene". Proceedings of the National 
Academy of Sciences (2005).

Fonte: LeScienze.it
http://www.lescienze.it/news/2009/11/13/news/un_gene_per_il_linguaggio_umano-572821/
http://www.lescienze.it/news/2005/06/24/news/il_ruolo_di_foxp2_nello_sviluppo_del_linguaggio-584775/

martedì 16 ottobre 2012

SIMBOLI ETERNI


da L'uomo e i suoi simboli - di C. Jung


L'antica storia dell'uomo viene significativamente riscoperta ai nostri giorni attraverso le immagini simboliche ed i miti che sono sopravvissuti all'uomo dell'antichità. Via via che gli archeologi scavano profondamente nelle viscere del passato, non sono gli eventi del tempo storico ciò di cui impariamo a far tesoro, bensì le statue, i disegni, i templi e le lingue che ci comunicano le antiche credenze. Altri simboli ci sono rivelati dai filologi e dagli storici delle religioni, che sanno tradurre queste credenze in concetti moderni e intelligibili. Questi, a loro volta, prendono vita attraverso gli studi degli antropologi culturali che dimostrano come gli stessi modelli simbolici siano reperibili nei rituali i nei miti di piccole società tribali tuttora esistenti ai margini della civiltà, senza aver conosciuto alcun mutamento nei secoli. Tutte queste ricerche hanno contribuito a correggere sensibilmente l'atteggiamento unilaterale di quei moderni secondo i quali questi simboli apparterrebbero solo ai popoli dell'antichità o alle moderne tribù «arretrate» e che quindi non presenterebbero alcun interesse di fronte alle complessità della vita del nostro tempo. Avviene così che a Londra o a New York ci si rifiuti di prendere in considerazione i riti di fertilità dell'uomo neolitico, spacciandoli per arcaiche superstizioni. Se qualcuno sostiene di avere avuto una visione o di avere udito voci, egli non viene trattato come un santo o come un oracolo. Ci si limita a dire che è malato di mente. Leggiamo i miti degli antichi greci o le storie popolari degli indiani d'America, ma non riusciamo a scorgere alcuna connessione fra essi e i nostri atteggiamenti verso gli «eroi» o gli avvenimenti drammatici del nostro tempo. Eppure le connessioni ci sono e i simboli che le rappresentano non hanno perso la loro importanza per il genere umano. Uno dei maggiori contributi contemporanei alla comprensione ed alla rivalutazione di questi simboli eterni è stato fornito dalla scuola di psicologia analitica fondata dal dottor Jung. Essa ha contribuito ad eliminare l'arbitraria distinzione fra uomo primitivo, al quale i simboli appaiono come un ingrediente naturale della vita di tutti i giorni, e l'uomo moderno per il quale essi sono senz'altro privi di ogni significato e interesse. Come il dottor Jung ha messo in evidenza, la mente dell'uomo possiede una sua storia particolare e la psiche conserva molte tracce residue degli stadi anteriori del suo sviluppo. In più, i contenuti dell'inconscio esercitano una influenza formativa sulla psiche. Consciamente noi possiamo anche ignorarli, ma inconsciamente rispondiamo ad essi ed alle forme simboliche - ivi compresi i sogni - attraverso le quali si vengono esprimendo. All'individuo può sembrare che i sogni siano spontanei e privi di qualunque connessione. Ma in un lungo arco di tempo l'analista arriva ad osservare tutta una serie di immagini oniriche ed a notare che esse presentano una struttura significativa: se il paziente riesce a comprenderla egli potrà eventualmente acquistare un nuovo atteggiamento verso la vita. Alcuni simboli di questi sogni derivano da ciò che il dottor Jung ha definito «l'inconscio collettivo» - cioè quella parte della psiche che trattiene e trasmette l'eredità psicologica comune all'intero genere umano. Questi simboli sono così antichi e poco familiari all'uomo moderno che egli non riesce a comprenderli direttamente o ad assimilarli. E' in questo senso che può essere utile l'analista. Il paziente deve essere possibilmente liberato dall'ingombro dei simboli che siano diventati decrepiti e inadeguati, oppure deve essere assistito a scoprire il persistente valore di qualche antico simbolo che, lungi dall'essersi esaurito, anela ad essere fatto rivivere in forma moderna. Prima che l'analista possa accingersi ad esplorare efficacemente il significato dei simboli di un paziente, è necessario che acquisti personalmente una più larga conoscenza delle loro origini e del loro significato. Infatti le analogie fra i miti antichi e le storie che appaiono nei sogni dei pazienti del nostro tempo non sono né banali né accidentali. Esse sono reali poiché la mente inconscia dell'uomo moderno conserva tuttora quella capacità simboleggiatrice che un tempo trovava espressione nelle credenze e nei rituali primitivi; e tale capacità svolge ancora un ruolo di vitale importanza psichica. Noi dipendiamo più di quanto non si pensi comunemente dai messaggi trasportati da questi simboli, e sia i nostri atteggiamenti che il nostro comportamento ne sono profondamente influenzati. In tempo di guerra, per esempio, si registra un accresciuto interesse per le opere di Omero, Shakespeare o di Tolstoi e siamo portati a leggere con occhi diversi quei passi che assegnano alla guerra il suo significato perenne (o «archetipico»). Essi evocano in noi una risposta molto più profonda di quella che può essere eventualmente suscitata in qualcuno che non abbia mai vissuto l'intensa esperienza emotiva della guerra. Le battaglie combattute nella pianura di Troia non hanno, in sé, niente a che fare con quelle di Agincourt o di Borodino, ma i grandi scrittori sono capaci di trascendere le differenze di spazio e tempo e di esprimersi in temi universali. Noi rispondiamo proprio perché questi temi sono fondamentalmente simbolici. Un esempio ancor più significativo deve essere familiare ad ognuno che sia stato educato in una società di tipo cristiano. 


A Natale noi possiamo esprimere il nostro sentimento interiore per la nascita mitologica di un fanciullo semidivino anche se non crediamo nella dottrina della verginità della madre di Cristo o non possediamo alcuna fede religiosa cosciente. Senza saperlo, ci siamo imbattuti nel simbolismo della rinascita. Si tratta della sopravvivenza di un'antichissima festa solstiziale, recante la speranza che le terre intristite dall'inverno dell'emisfero settentrionale tornino a rinnovarsi. Così il nostro gusto sofisticato trova soddisfazione in questa festa simbolica, allo stesso modo per Pasqua ci uniamo ai nostri figli nel festoso rituale delle uova e dei conigli pasquali. Ma ci rendiamo veramente conto di ciò che facciamo, e siamo consapevoli della connessione fra la storia della nascita, morte e resurrezione di Cristo e il popolare simbolismo pasquale? Di solito non ci diamo neppure la preoccupazione di considerare da un punto di vista razionale tutte queste usanze. Eppure esse sono reciprocamente complementari. La crocifissione di Cristo nel venerdì santo sembra appartenere a prima vista al medesimo tipo di simbolismo della fertilità che ci è dato rinvenire nei rituali di altri «salvatori» come Osiride, Tammuz, Orfeo e Balder. Anch'essi erano tutti di nascita divina o semidivina, vissero un'esistenza singolare, furono uccisi e quindi rinacquero. Essi appartengono, di fatto, a religioni di tipo ciclico nelle quali la morte e la rinascita del re-dio costituiscono un mito eternamente ricorrente. Tuttavia la resurrezione di Cristo nel sabato santo è molto meno soddisfacente, da un punto di vista rituale, di quanto non lo sia invece il simbolismo delle religioni cicliche. Infatti Cristo ascende alla destra di Dio Padre: la sua resurrezione avviene una volta per tutte. E' questa finalità del concetto cristiano di resurrezione (l'idea cristiana di Giudizio finale presenta un tema «chiuso» simile a questo) a distinguere il cristianesimo dagli altri miti fondati sulla figura del re-dio. Il rituale si limita a commemorare ciò che è avvenuto una volta sola. Tuttavia questo senso finalistico rappresenta probabilmente la ragione per la quale i primi cristiani, tuttora sensibili alle influenze delle tradizioni pre-cristiane, pensavano che il cristianesimo dovesse essere completato con l'aggiunta di alcuni elementi di un più antico rituale della fertilità. Essi sentivano il bisogno della ricorrente promessa della rinascita: in ciò consiste appunto il significato della simbologia pasquale dell'uovo e del coniglio. Sono ricorso a due esempi completamente diversi per mostrare come l'uomo moderno continui a rispondere a profonde influenze psichiche che tuttavia egli, consciamente, rifiuta di prendere in considerazione come se si trattasse di poco più che di storie ingenue di popoli superstiziosi e incivili. Ma è necessario spingere ancora più a fondo le nostre osservazioni. Quanto più da vicino si analizzano la storia del simbolismo e il ruolo che i simboli hanno avuto nella vita di numerose differenti culture, tanto più ci si rende conto che in questi simboli è implicito anche un significato ricreativo. Alcuni simboli si riferiscono all'infanzia e al passaggio all'adolescenza, altri alla maturità, altri ancora all'esperienza della vecchiaia, quando l'uomo si viene preparando all'inevitabilità della morte. Il dottor Jung ha descritto il modo in cui i sogni di una bambina di otto anni contenevano già quei simboli che normalmente si è soliti associare alla vecchiaia. I sogni della bambina presentavano aspetti di iniziazione alla vita di un tale carattere che sembravano appartenere alla medesima struttura archetipica dell'iniziazione alla morte. E' evidente perciò che questa progressione di idee simboliche può manifestarsi nell'ambito della mente conscia dell'uomo moderno nello stesso modo in cui essa era solita esprimersi nei rituali delle antiche società. Questa connessione cruciale fra i miti arcaici o primitivi ed i simboli prodotti dall'inconscio è di immensa importanza pratica per l'analista. Essa gli consente di identificare e di interpretare questi simboli in un contesto che conferisce loro prospettiva storica non meno che significato psicologico. 

Joseph L. Henderson