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venerdì 7 giugno 2013

Un gene per il linguaggio umano


 Il gene FOXP2 ha dimostrato di avere effetti diversi nell'essere umano e nello scimpanzé regolando in modo diverso l'espressione di altri geni-bersaglio

Un gene per il linguaggio umano
Gli esseri umani condividono con gli scimpanzé circa il 98 per cento del genoma; solo l’uomo tuttavia è dotato di un’innata predisposizione all’uso del linguaggio. Si ritiene, sulla base di alcuni studi, che almeno una parte di questa differenza sia da attribuire al gene FOXP2 che, quando è mutato, è in grado di causare un danno notevole alle capacità linguistiche umane.
 
Ora una nuova ricerca frutto della collaborazione tra l’Universià della California a Los Angeles e la Emory University, i cui risultati sono pubblicati su “Nature”, ha rivelato le principali differenze tra la versione umana di FOXP2 e quella dello scimpanzé, spiegando per quale motivo il linguaggio è una caratteristica unica della nostra specie.
 
"Precedenti studi hanno mostrato che la composizione aminoacidica della versione umana di FOXP2 è cambiata in modo relativamente repentino all’incirca nella stessa epoca in cui il linguaggio è emerso negli esseri umani”, ha spiegato Daniel Geschwind, docente di genetica umana presso la David Geffen School of Medicine dell’UCLA. "Il nostro è il primo studio a esaminare l’effetto di queste sostituzioni di amminoacidi nel FOXP2 nelle cellule umane: siamo così riusciti a dimostrare che le differenze non sono solo di aspetto ma anche di funzionalità.”
 
La funzione di FOXP2 è quella di “accendere” e “spegnere” altri geni, denominati geni-bersaglio. Grazie all’analisi di cellule e tessuti umani insieme a tessuti cerebrali ottenuti post-mortem da scimmie decedute per cause naturali. È così stato riscontrato che la forma umana del gene e quella dello scimpanzé producono, in linee cellulari 
umane in coltura, effetti differenti su un significativo numero dei geni-bersaglio per quanto riguarda l’espressione genica (il processo mediante il quale l’informazione contenuta nel DNA è convertita in proteine).
 
Scoprendo in che modo le capacità di sviluppare il linguaggio è regolata a livello molecolare, i ricercatori sperano di arrivare allo sviluppo di farmaci per patologie in cui le capacità linguistiche appaiono compromesse, come nel caso dell’autismo o della schizofrenia. 

Il ruolo di Foxp2 nello sviluppo del linguaggio

Nuovi esperimenti sui topi confermano che il gene Foxp2 svolge un ruolo essenziale nello sviluppo della comunicazione sociale


Secondo uno studio pubblicato sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences", il gene Foxp2 svolge un ruolo essenziale nello sviluppo della comunicazione sociale. L'associazione fra Foxp2 e il linguaggio era stata identificata per la prima volta in una famiglia nella quale metà dei membri avevano gravi disturbi della lingua e della grammatica. Gli studi avevano indicato che gli individui in questione presentavano tutti una mutazione nel gene Foxp2, che si trova su una regione cromosomica associata all'autismo e a specifici disturbi del linguaggio. Joseph Buxbaum della Mount Sinai School of Medicine e colleghi hanno modificato geneticamente alcuni topi disattivando una o entrambe le copie di Foxp2, per esaminare il ruolo di questo gene nella comunicazione sociale. La disattivazione di Foxp2 ha influenzato la capacità dei topi neonati di emettere vocalizzazioni ultrasoniche (USV) quando venivano separati dalle madri e dai fratelli. I topi con entrambe le copie disattivate esibivano una completa assenza di USV, mentre quelli con un solo gene emettevano USV a un tasso significativamente ridotto. I topi con due copie di Foxp2 disattivate mostravano inoltre gravi disturbi delle capacità motorie e morivano prematuramente, mentre quelli con una sola copia avevano ritardi dello sviluppo più modesti ma comunque osservabili. Secondo i ricercatori, questi risultati rafforzano il legame fra Foxp2 e lo sviluppo del linguaggio e forniscono un prezioso modello animale per studi sperimentali sulla comunicazione. W. Shu, J. Y. Cho, Y. Jiang, M. Zhang, D. Weisz, G. A. Elder, J. Schmeidler, R. De Gasperi, M. A. Gama Sosa, D. Rabidou, A. C. Santucci, D. Perl, E. Morrisey, J. D. Buxbaum, "Altered ultrasonic vocalization in mice with a disruption in the Foxp2 gene". Proceedings of the National 
Academy of Sciences (2005).

Fonte: LeScienze.it
http://www.lescienze.it/news/2009/11/13/news/un_gene_per_il_linguaggio_umano-572821/
http://www.lescienze.it/news/2005/06/24/news/il_ruolo_di_foxp2_nello_sviluppo_del_linguaggio-584775/

venerdì 14 dicembre 2012

MESOPOTAMIA

Un po' di mitologia



Il pantheon Mesopotamico

A parte la secondaria sistemazione teologica (che p. es. anche mediante l'assegnazione di numeri sacri a ciascuna delle grandi divinità creava un preciso ordine gerarchico tra di esse), anche dal solo ordine più o meno costante in cui le divinità venivano menzionate in invocazioni collettive o in altri testi, e dai rapporti genealogici che il mito attribuisce loro, appare che tra le divinità alcune erano di particolare importanza e formavano, tra di loro, gruppi distinti. Così, innanzitutto, quelle tre che si è abituati a considerare come una 'triade cosmica', per quanto di 'triade' strettamente intesa - cioè di un gruppo di tre divinità venerate in comune - non si trattasse. AN o ANU (accad. ANUM - quasi tutte le divinità mesopotamiche hanno un nome sumero e un nome semitico o, almeno, come in questo caso, una forma semitica del nome sumero) è il dio-cielo da cui ha origine la sovranità. La sua più antica città è Uruk, dove però il suo recinto ospitava anche il tempio di Ininni (Inanna). Malgrado la sua altissima posizione (per cui avrà il numero 60, il più alto nel sistema sessagesimale babilonese), egli è un dio poco attivo, secondo la testimonianza dei testi mitici: egli è piuttosto la suprema autorità che sorveglia e sanziona l'operato degli altri dèi. Il vero, attivo comando sembra essere invece nelle mani di ENLIL, suo figlio, secondo alcune genealogie, - dio della città sacra Nippur -, dal cui nome si è formato il termine accadico per il concetto di 'Signore'. ENLIL comanda e punisce - prendendo nella sua rete i trasgressori -, fissa i destini dei mortali, ed è lui che, nel mito, decide di sterminare l'umanità con il diluvio. Ma quella sua radicale decisione viene sventata dal terzo grande dio, ENKI o EA, il cui antichissimo santuario era ad Eridu, o, con un'espressione antica, "la cui dimora era nell' abzu (apsu) ".
L'abzu era, nella concezione sumera l'elemento caotico-acquatico che precedeva, nel tempo, la formazione del cosmo e, nello spazio, circondava il cosmo da tutte le parti: il diluvio non era che l'irruzione di quest'elemento primordiale nel mondo ordinato. EA era, appunto, signore dell'abzu, colui che fuori del cosmo ben ordinato ma limitato, dominava l'illimitato, inconoscibile infinito del caos, possedendone tutti i segreti ed essendo, perciò, dio della suprema sapienza o,
ciò che a questo equivale nella concezione arcaica, della suprema magia. ENLIL, signore del mondo, ed EA, signore dell'abzu, sotto la sovranità di ANU, rappresentano, insieme ed inseparabilmente, l'intera realtà cosmica, con tutti i suoi riflessi umani (sovranità, forza dominatrice, sapienza e magia).
Differente è il carattere di quell'altra
c.d. 'triade' che si usa definire come 'astrale' e che la teologia fa seguire immediatamente, nell'ordine gerarchico, a quella precedente. Essa è composta dal dio-luna Sin (nome sumero, ma preferito dagli Accadi all'altro nome sumero Nannar), dio che aveva la propria città sacra sumera in Ur, e quella accadica a Harran, dal dio-sole Shamash (sum. Utu: centro sacro sumero a Larsa, accadico a Sippar) e della dea Ishtar (sum. Innin, o Ininni, Inanna), simboleggiata da una stella e messa in rapporto con il pianeta Venere quale stella mattutina e vespertina. Ora, Sin è indubbiamente la luna, come Shamash è indubbiamente il sole: ma in una religione politeistica non si venera mai un oggetto, nemmeno un astro, se in esso non si proiettano e non si concentrano interessi esistenziali umani. Nell'apparire improvviso, nella pienezza e nel consumarsi della luna i mesopotamici vedevano, tra l'altro, l'emergere di una nuova realtà con tutte le sue conseguenze per il futuro (Sin nascente 'fissa i destini') e, rispettivamente, la perfezione regale e la saggezza della vecchiaia; nel sole, l'occhio che vede tutto, e perciò anche le colpe umane, quindi un arbitro della giustizia e un garante dei giuramenti. Più complicato sembra il discorso su Ininni-Isthar il cui legame con il pianeta Venere, pur garantito dal suo simbolo, nella realtà del culto e del mito passa completamente in seconda linea di fronte ai due caratteri dominanti della dea che è ad un tempo 'dama della battaglia', cioè dea guerriera (e distruttrice, onde il suo animale sacro è il leone) e dea dell'amore (nel mito: quando, per discendere negli inferi, abbandona la terra, gli animali non si accoppiano più e uomo e donna dormono separati; nel culto: ai suoi templi si lega il servizio delle 'prostitute sacre'). Ishtar è la dea più grande del pantheon mesopotamico in cui la maggior parte delle divinità femminili figurano solo come spose di grandi dèi (Antum di Anu, Ninlil di Enlil, Ninki di Enki, ecc.); è la dea per eccellenza, tanto che il plurale tratto dal suo nome significa semplicemente 'dee'. L'archeologia sembra dimostrare (ma la questione è assai complessa) che vi è un nesso tra la sua figura e quell'ideologia religiosa che, sin dai tempi preistorici, produceva i noti 'idoletti' femminili dai caratteri sessuali marcati che in tutta l'Asia occidentale si trovavano sia nelle abitazioni, sia nelle tombe, sia, infine, in luoghi sacri, tra cui i futuri santuari di Ishtar. Inanna-Ishtar appare come amante, ma anche causa della morte e promotrice delle lamentazioni in onore di (sum.) Dumuzi- (acc.) Tammuz, dio della cui morte parlavano i miti, i testi rituali e i riti annuali di lamentazione; questo dio, il cui nome sumero completo è Damuzi-abzu, 'figlio vero dell'abzu' figura anche nelle liste dei re d'epoca antichissima (leggendaria), fatto certamente connesso con la sua mortalità.




La città templare

La civiltà urbana mesopotamica sorge nel segno della religione, in quanto il tempio precede la città, o meglio, la città templare si forma prima della città separata dal tempio. La costruzione stessa - e, in seguito, la manutenzione - dei templi monumentali richiedeva la collaborazione di masse articolate in varie specializzazioni (fabbricanti di mattoni, muratori, decoratori, architetti, falegnami, fabbri, orefici, ecc.), risorse economiche (terreni e bestiame del tempio, con i contadini e pastori dipendenti), materie prime (importate da commercianti) e richiedeva inoltre, a parte i sacerdoti vari addetti a varie funzioni nel culto, anche un capo che comandasse a tutta questa gente: il re che forse, in origine, era anche sommo sacerdote. Ben presto, ancora agli inizi della storia mesopotamica, accanto o intorno al tempio e alla città templare - che si ridurrà ad essere il 'quartiere sacro' - si costituirà la città profana (con un re distinto dal sommo sacerdote preposto al tempio), ma il tempio continuerà ad avere i propri territori e la propria amministrazione anche quando dal punto di vista politico il centro sarà nella città profana. Quest'origine delle città mesopotamiche spiega l'importanza che in ogni città-stato - non importa se, dopo, federata, o soggiogata, o inclusa in un impero - aveva la divinità 'poliade', la divinità particolare della città. Ogni divinità più grande aveva culto in ogni città, ma ognuna aveva la propria città - o anche più di una - dove era la divinità principale.



da "Introduzione alla Storia delle Religioni" di Angelo Brelich