The Earth's Heart

CURRENT MOON

martedì 23 luglio 2013

Storia del cielo simbolico e del cielo reale

Chi si manifesta sulla scena del cielo notturno? Si tratta soltanto, come si dice oggi nel linguaggio astronomico, di corpi celesti, nebulose, quasar, buchi neri, galassie? Oppure le luci che brillano lontanissime celano misteri che sfuggono a telescopi, sonde e astronauti? E ancora: quegli «astri» possono concorrere a formare il nostro carattere? Sono in grado di influenzare la nostra vita? Sono segni, simboli, manifestazioni sensibili del non manifestato? 
Le civiltà del passato, dall'America all'Estremo Oriente, vi hanno immaginato dei ed eroi, potenze cosmiche o semplicemente strumenti e segni della volontà divina. Così avvenne in Mesopotamia, dove si cominciò a studiare sistematicamente il cielo inventando molte costellazioni che sarebbero poi state adottate in Occidente. La cura con cui lo si osservava nasceva dalla convinzione che i «pianeti» allora conosciuti fossero manifestazioni delle principali divinità del pantheon sumero orbitanti nella fascia delle costellazioni zodiacali, detta la via di Anu, corrispondente al nostro Urano e delimitata da quelli che noi chiamiamo tropico del Cancro e tropico del Capricorno. Osservare i corpi celesti significava per i Sumeri conoscere la volontà del dei. Tale concezione derivava da una concezione teologica secondo la quale tutto l'universo è governato da una legge che è emanazione o materializzazione della divinità. La legge, col sapere che essa racchiude, viene rivelata agli uomini dalla divinità che si manifesta in diverse forme: per questo tutto ciò che è sulla Terra o nell'universo, dal fenomeno più grande al più piccolo, è immagine del dio o delle sue manifestazioni parziali. Tutto è immagine speculare di tutto. «Tutto» significa l'intero universo con i suoi fenomeni grandi o piccoli, lo spazio, il cielo e le sue parti, i corpi celesti e la Terra con quella che essa alberga. Ogni essere o oggetto appartiene alla sfera d'influenza di una divinità, sicché il cosmo è un'intera foresta di corrispondenze fra astri, pianeti, elementi, stati dei corpi, umori, temperamenti, piante, minerali, pietre preziose, animali. 



La nascita dell'astrologia in Mesopotamia 

L'astrologia, così come la conosciamo, è nata in Mesopotamia tardi, non prima dell'VIII secolo a. C. Quella antica era invece divinazione astronomica, basata sulla convinzione che la divinità preannunciasse il futuro mediante segni che spettava alla mantica riconoscere e interpretare. Secondo le testimonianze delle tavolette in scrittura babilonese o assira cuneiforme, che risalgono probabilmente a un'opera anteriore al VII secolo a. C., chiamata convenzionalmente Enuma Anu-Enlil, dov'erano raccolte osservazioni sulla Luna, il Sole e gli altri pianeti, si aspettava per esempio il novilunio o un'altra fase lunare per osservare se la luce della Luna fosse debole o fortemente cangiante, rossiccia o candida, e quindi se ne traevano auspici. Se ne studiavano anche le eclissi e gli aloni; e lo stesso avveniva per il Sole e gli altri pianeti. Poi si facevano predizioni che in genere riguardavano grandi eventi: tempeste,, inondazioni, epidemie, i raccolti futuri o il destino del sovrano. Si osservavano anche i movimenti e i rapporti reciproci dei corpi celesti, ma non vi era alcun riferimento alle posizioni e ai movimenti planetari: «Fasi lunari, costellazioni e cicli solari» nota Ornella Pompeo Faracovi «entravano in gioco piuttosto al problema della misurazione del tempo, funzionando come veri e propri orologi cosmici». Erano cioè usati astronomicamente per misurare il tempo, non per predire l'avvenire.
Ma, oltre ai pianeti, vi erano anche gli astri, le cui figure dovevano essere considerate altrettanti mezzi importanti per l'indagine dell'avvenire. Alle più antiche figure strali, che risalgono al III millennio, appartengono le costellazioni che figurarono più tardi nei segni dello zodiaco: alcuni nomi collimano o quasi con quelli tolemaici (Toro, detto Mascella del Toro, Gemelli, Cancro, Leone, Bilancia, Scorpione) mentre altri divergono, come per esempio il Solco, diventato poi Vergine, il Pesce-capra con la testa di ariete (il futuro Capricorno), il misterioso Mercenario o Uomo Salariato (per l'Ariete) e le Code, poi trasformato in Pesci.
L'astromantica babilonese arcaica era un sapere iniziatico, riservato ai sacerdoti, sicché poteva essere soggetta a manipolazioni, correva il rischio dell'impostura. Come valutare per esempio un pronostico come il seguente? 
«Se al 1° di Nisan il Sole al primo sorgere è rosso come una fiaccola, nuvole bianche ne salgono e soffia il vento dell'est, il 28 o il 29 del mese si avrà un oscuramento; nello stesso mese il re morirà e suo figlio salirà al trono.» 
Soltanto intorno all'VIII o al VI secolo a. C., secondo le varie ipotesi, fu introdotto lo zodiaco che venne poi adottato dai Greci. 


L'astronomia in Grecia e ad Alessandria

L'astronomia mesopotamica approdò tardi fra i Greci. Il primo astronomo a noi noto fu Talete di Mileto (624-546 a. C.) che, dopo essersi recato in Mesopotamia, studiò la sfera celeste e le antiche costellazioni. Introdusse quella dell'Orsa Maggiore che, prima di lui, era nota come il Gran Carro, nome che tuttavia è rimasto per indicare alcune delle sue stelle; e predisse un'eclissi di Sole che si verificò puntualmente il 28 maggio 585 a. C.
La prima sistematica descrizione delle costellazioni risale ad Eudosso di Cnido (408-355 a. C.): vissuto nella Caria, uno stato greco-fenicio confinante con la Ionia, in Asia Minore, costruì nella sua città il primo osservatorio astronomico greco di cui ci sia giunta notizia. La 
«sua» sfera celeste descriveva soltanto quarantacinque costellazioni. Quasi tutti i suoi scritti in greco sono andati perduti, ma ne conosciamo il contenuto grazie ai commenti che scrissero su di lui altri filosofi e astronomi e al poema Fenomeni di Arato (315 ca - 245 ca a. C.): un altro greco che , nato a Soli, in Cilicia, sulla costa meridionale dell'attuale Turchia, aveva studiato ad Atene prima di recarsi alla corte di Antigonus Gonatas, re di Macedonia. Su richiesta del re compose intorno al 275 la versione poetica del cielo di Eudosso descrivendo, oltre alle sue quarantacinque costellazioni, due nuove, l'Acqua (le cui stelle fanno parte oggi dell'Acquario) e le Pleiadi, poi inglobate nel Toro. Diede anche il nome a sei stelle: Arturo, Capella, Sirio, Procione (che formava una costellazione), Spiga (che chiamò Stachus) e Vendemmiatrice (Protrygeter). Quest'ultima, situata nella Vergine, sebbene non fosse e non sia molto luminosa, veniva utilizzata dai Greci nel loro calendario agricolo: quando sorgeva per la prima volta all'alba nel mese di agosto, si cominciava la vendemmia. I Fenomeni di Arato furono poi tradotti in latino da Cesare Germanico.
Che Eudosso avesse trasmesso ai Greci conoscenze apprese dai Babilonesi è confermato anzitutto dal fatto che non descrisse nessuna stella nella zona attorno al polo Sud celeste. La lacuna è molto significativa se si considera che la zona priva di stelle aveva un raggio di 36°; sicché è evidente che gli iniziatori del nostro sistema di costellazioni dovevano risiedere a circa 36° di latitudine nord: a nord dell'Egitto ma a sud della Grecia. Inoltre la zona priva  di stelle descritta da Eudosso e da Arato era centrato non sul polo celeste della loro epoca ma su quello di circa 1500 anni prima: la posizione del polo celeste cambia infatti nel tempo a causa della precessione degli equinozi (come si spiegherà più avanti). Sicché si deve concludere che il nostro sistema di costellazioni risale nelle sue linee essenziali ai Babilonesi, pur con  apporti greci, egizi e successivamente alessandrini, grazie agli astronomi di Alessandria, città che era diventata sotto i Tolomei il centro dell'elaborazione astronomica.
Nella prima metà del III secolo a. C., Aristarco di Samo espose per primo la teoria eliocentrica secondo la quale le Stelle fisse e il Sole restavano immobili. Intorno al Sole orbitavano i pianeti fra cui la Terra, intorno alla quale girava a sua volta la Luna. Ma la sua ipotesi non ebbe molta fortuna: l'astronomo venne accusato di delitto contro la religione per aver turbato
«il riposo di Estia», il Fuoco divino racchiuso nella Terra; sicché la visione geocentrica del cosmo continuò a regnare fino all'epoca moderna.
Nella seconda metà di quello stesso secolo, Eratostene di Cirene (276 ca - 194 ca a. C.), che il faraone Tolomeo Evergete aveva chiamato ad Alessandria per dirigere la biblioteca, compì uno studio approfondito del cielo giungendo a calcolare anche la circonferenza della Terra in 250 mila stadi, poco meno di 40 mila chilometri, una misura sostanzialmente esatta; e inventò l'astrolabio (dal greco astrolàbos
«che prende le stelle»), che fu poi perfezionato dagli Arabi.
Eratostene, nel suo libro Catasterismi, non solo descrisse le costellazioni, ma narrò anche i miti che vi si riferivano. Il termine greco, katasterismoì, deriva da katasterìzein
«collocare fra gli astri», composto da kata e astér. Nell'astromitologia antica si favoleggiava che animali mitologici, eroi, uomini divinizzati fossero stati assunti in cielo e trasformati in splendenti astri.
Un secolo dopo lavorò ad Alessandria Ipparco, originario di Nicea, che, dopo aver inventato la diottra, uno strumento per determinare la posizione delle stelle, elaborò la sua celebre sfera celeste in cui dava la longitudine e la latitudine di 1087 stelle e ne fissava per la prima volta una divisione per luminosità espressa in sei magnitudini. Confrontando i suoi dati con quelli di un precedente catalogo di stelle, compilato da Timocharis e Arystillus un secolo e mezzo prima,, egli misurò anche lo spostamento dei punti equinoziali, scoprendo che la precessione degli equinozi riguardava soltanto la longitudine e non la latitudine. Era un passo in avanti per i Greci, ma non per quei popolo che nei millenni precedenti già conoscevano empiricamente il fenomeno, come si spiegherà più avanti. Tuttavia fu lui il primo a chiamarlo 
«precessione degli equinozi» osservando che il Sole ritorna al punto vernale prima di avere compiuto un'intera rivoluzione sull'eclittica, così che il ritorno dell'astro all'equinozio di primavera precede il suo ritorno alla stessa posizione sulla sfera celeste.
Ormai il centro degli studi astronomici era Alessandria, tant'è vero che Giulio Cesare, quando decise di riformare il calendario romano, si rivolse ad astronomi di quella città. D'altronde, egli stesso doveva conoscere in modo non superficiale la materia se scrisse un trattato, De astris, che non ci è pervenuto. E fu proprio lui, secondo quanto riferiscono gli storici, a inserire nello zodiaco una figura nuova, la Bilancia, togliendo allo Scorpione le due gigantesche chele originarie, che da sole figuravano l'ottavo segno zodiacale. In realtà, come si è già accennato, la Bilancia (GIS. EREN) esisteva già, documentata da una tavoletta recentemente ritrovata nella biblioteca di Sippur e risalente al 600 a. C. Sicché si potrebbe congetturare che Giulio Cesare abbia voluto restaurare lo zodiaco babilonese, modificato successivamente nell'area mediterranea.
Giulio Cesare era tutt
avia un'eccezione fra i Romani, che non si segnalarono per qualche scoperta, limitandosi a tradurre nella propria lingua i testi astronomici greci e alessandrini o a compilare manuali di mitoastronomia come l'Astronomia (De astronomia) di Igino, che risale probabilmente al I secolo d. C.
Alcuni poeti latini seppero invece creare su questi temi opere letterarie rilevanti. Quasi un secolo prima di Igino, verso il 15 d. C., Marco Manilio aveva scritto Il poema degli astri (Astronomica) , ispirandosi ad Arato: è uno dei capolavori della letteratura latina dove con un gusto alessandrino si disegnano tarsie elegantissime su stelle e costellazioni. Anche Ovidio si era ispirato alla mitoastronomia alessandrina per comporre molti passi delle Metamorfosi e dei Fasti.
Queste sono le fonti antiche alle quali ci siamo riferiti nella trattazione delle singole costellazioni, non trascurando anche le più propriamente mitologiche, da Apollodoro ad Apollonio Rodio fino al tardo-antico Nonno, senza dimenticare, com'è ovvio, Omero ed Esiodo.
L'astronomia ellenistica toccò il suo apogeo con Claudio Tolomeo (100 ca - 178 ca d. C.), che lavorò ad Alessandria presentando nel 150 un compendio di astronomia col titolo originario di Mathematiké syntaxis (sistema matematico), poi tradotto nell'arabo Al Magisti (il Grandissimo), a sua volta trasformato dalla cristianità medievale in Almagesto. Catalogò 1022 stelle raggruppate in quarantotto costellazioni . Alla catalogazione di Arato apportò alcune variazioni dovute alla nuova vulgata astronomica, accorpando l'Acqua all'Acquario, le Pleiadi al Toro, e inserendo le nuove costellazioni del Triangolo, della Corona Australe e della Bilancia:

Acquario (Aquarius) 
Altare (Ara) 
Andromeda (Andromeda) 
Aquila (Aquila) 
Ariete (Ares) 
Auriga (Auriga) 
Balena (Cetus) 
Bilancia (Libra) 
Boote (Bootes) 
Cancro (Cancer) 
Cane Maggiore (Canis Major) 
Cane Minore (Canis Minor) 
Capricorno (Capricornus) 
Cassiopea (Cassiopeia) 
Cavallino (Equuleus) 
Cefeo (Cepheus) 
Centauro (Centaurus) 
Cigno (Cygnus) 
Corona Australe (Corona Australis) 
Corona Boreale (Corona Borealis) 
Corvo (Corvus) 
Cratere (Crater) 
Delfino (Delphinus) 
Drago (Draco) 
Ercole (Hercules) 
Eridano (Eridanus)  
Freccia (Sagitta) 
Gemelli (Gemini) 
Idra (Hydra) 
Leone (Leo) 
Lepre (Lepus) 
Lupo (Lupus) 
Lira (Lyra) 
Nave Argo (Argo Navis) 
Ofiuco (Ophiucus) 
Orione (Orion) 
Orsa Maggiore (Ursa Major) 
Orsa Minore (Ursa Minor) 
Pegaso (Pegasus) 
Perseo (Perseus) 
Pesce Australe (Piscis Austrinus, detto anche nel passato Australlis) 
Pesci (Pisces) 
Sagittario (Sagittarius) 
Serpente (Serpens) 
Scorpione (Scorpius) 
Toro (Taurus) 
Triangolo (Triangulum) 
Vergine (Virgo)

Queste costellazioni esistono ancora oggi, se si eccettua lo smembramento della Nave Argo in Carena, Poppa e Vela; ma se ne sono incastonate nel cielo altre trentotto, create fra il Rinascimento e l'Ottocento, sebbene una di queste, la Chioma di Berenice, fosse già apparsa fugacemente nell'antichità. Commentava John Flamsteed nella prefazione al suo Atlas coelestis del 1729: «Dai tempi di Tolomeo ai nostri giorni i nomi che egli utilizzò sono stati mantenuti da uomini colti e geniali di tutte le nazioni; gli Arabi hanno sempre usato i suoi nomi e le sue forme di costellazioni; si trovano anche nei vecchi cataloghi latini delle stelle fisse, nel catalogo di Copernico e in quello di Tycho Brahe; come nei cataloghi pubblicati nelle lingue tedesca, italiana, spagnola, portoghese, francese e  inglese. Tutte le osservazioni sia degli antichi che dei moderni utilizzano le forme delle costellazioni e i nomi delle stelle di Tolomeo così che è indispensabile conformarsi a essi per non rendere incomprensibili le vecchie osservazioni, alterandole o allontanandosi da esse.»
Tolomeo no identificò le stelle del suo catalogo con le lettere dell'alfabeto greco, il che avvenne solo nel 1603. Si limitò a descrivere la posizione di ciascuna di esse sulla figura di ogni costellazione. Per esempio identificava l'attuale Aldebaran descrivendola come 
«quella rossastra sull'occhio a sud [del Toro]».
Soltanto poche stelle avevano allora un nome: a quelli creati da Arato, Tolomeo aggiunse Aetus (l'attuale Altair) che significava aquila, Antares, Basiliscos (l'attuale Regolo) e Lira (lo stesso nome della costellazione cui essa apparteneva e che ora noi chiamiamo Vega).



Digressione sull'astronomia e l'astrologia egizia 

Fino a qualche decennio fa si sosteneva che l'astronomia egizia era stata, prima dell'epoca ellenistica, poco vitale e dinamica. Poi, studiando l'orientamento dei templi e delle piramidi, si è scoperto che i sacerdoti possedevano nozioni approfondite del moto degli astri e della loro posizione nel cielo. Lo si dimostrerà nel corso del libro a proposito di varie costellazioni, che avrebbero potuto ispirare le stesse immagini sia fra gli Egizi sia fra i Caldei. Tuttavia è difficile accertare, con le scarse testimonianze a nostra disposizione, se fin dall'epoca arcaica non vi siano state reciproche influenze. Si pensi per esempio alla figura del Toro che, creata in Mesopotamia fra il V e il III millennio a. C., fu dimezzata per fare posto alla nuova costellazione dell'Ariete, ideata verso la fine del III, quando l'equinozio primaverile si era spostato in quella zona del cielo. Furono gli Egizi o i Caldei a crearla? Quanto all'astrologia egizia, essa ebbe una sua originalità, di cui sono una eco i trentasei decani che integrarono l'astrologia ellenistica tradizionale insieme con le trentasei costellazioni, dette sphaera barbarica, che si aggiunsero alle dodici dello zodiaco greco-babilonese, indicate come sphaera graecanica. Nel Corpus hermeticum, la cui stesura risale al II secolo d. C., si descrivevano quelle trentasei potenti figure collocate a metà fra il grande cerchio che delimita il cosmo e il cerchio zodiacale, in una zona del cielo più o meno parallela all'eclittica. i decani, trasportati lungo lo zodiaco, spingevano i movimenti dei sette cerchi corrispondenti ai pianeti e dominavano, ciascuno, dieci gradi dello zodiaco, presiedendo a ogni cosa, a ogni essere, vegliando sull'armonia del tutto tramite i demoni. Sono rappresentati nel planisfero di Denderah (vedi figura), così detto perché fu scoperto in quella località durante la campagna di Napoleone in Egitto. Gli archeologi che vi erano giunti al seguito dell'esercito francese scoprirono nel tempio di Esneh a Denderah un soffitto di arenaria scolpito a bassorilievo, che rappresentava la volta del cielo completa di costellazioni. Eseguito all'incirca verso il 36 a. C., conteneva le costellazioni classiche, compresa la Bilancia, creata da Giulio Cesare, ma con qualche variazione legata alla tradizione egizia precedente all'ellenismo: il Gran Carro, per esempio, era una coscia di bue, il Drago un ippopotamo, il Cane Maggiore una vacca con la stella Sirio fra le corna. Intorno al perimetro del planisfero erano disegnate le trentasei figure dei decani ma anche le trentasei costellazioni extrazodiacali, che sorgevano, ciascuna per dieci giorni all'anno, prima del Sole, segnando l'ultima ora della notte. Era uno zodiaco piuttosto complicato, che non venne accolto da Tolomeo ma esercitò una grande influenza sia nell'astrologia araba sia nel Rinascimento italiano, come testimoniano fra gli altri Cornelio Agrippa e Giordano Bruno, e come si vede, per esempio, negli affreschi astrologici di palazzo Schifonia a Ferrara. 

La funzione dei pianeti nell'astrologia 

i Greci, avendo appreso dai Babilonesi che, oltre al Sole e alla Luna, altri cinque pianeti compivano le loro traiettorie attraverso lo zodiaco in tempi diversi, ne tradussero i nomi in quelli delle loro divinità: Nabu, il dio della scrittura e della sapienza, in Ermes; Ishtar, la grande dea dell'amore e della fertilità, in Afrodite; Nergal, il dio della guerra e degli inferi, in Ares; Marduk, il sovrano, in Zeus; e Ninurta, il più potente dei pianeti, sostituto notturno del Sole, in Crono. I Romani a loro volta adottarono quella nomenclatura mitologica chiamando i cinque pianeti Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno: i nomi rimasti fino a oggi nell'astronomia. «I veri attori sulla scena dell'universo sono pochissimi,» ha scritto a proposito dei pianeti Giorgio de Santillana «moltissime invece le loro avventure. il più "antico tesoro" - per dirla con Aristotele - lasciatoci dai nostri predecessori di quel Lontano Passato è l'idea che gli dei siano in realtà astri e che non esistano altri. Le forze risiedono nel cielo stellato e tutte le storie, i personaggi, le avventure di cui narra la mitologia si concentrano su coloro che, fra gli atri, sono le potenze attive, i pianeti. Potrà sembrare un compito prodigioso, per quei pochi pianeti, dover rispondere di tutte quelle storie e nel contempo dirigere gli affari dell'intero universo. Quelli che in astratto potrebbero essere per l'uomo moderno i diversi moti di questi indicatori sul quadrante divennero, in tempi ignari di scrittura, quando ogni cosa era affidata alle immagini e alla memoria, il Grande Gioco che si svolgeva nel corso degli eoni, un racconto senza fine di posizioni e di rapporti iniziato a un dato Tempo Zero, una complessa rete di incontri, drammi, accoppiamenti e conflitti. Luciano di Samosata, uno dei più deliziosi scrittori dell'antichità, inventore della moderna "fantascienza", che su temi seri sapeva essere leggero e ironico senza fatuità ed era pienamente consapevole dell' "antico tesoro", osservò una volta che la storia ridicola in cui Efesto lo zoppo sorprende la moglie Afrodite a letto con Ares e immobilizza la coppia con una rete per esibire la loro vergogna agli altri dei non doveva essere frutto di vana fantasia, ma doveva riferirsi a una congiunzione di Marte e di Venere, congiunzione - si può senz'altro aggiungere - nelle Pleiadi. Questa commediola può servire a mettere in luce il disegno, che risulta poi costante: le costellazioni venivano viste come sfondo o come influenze dominanti, oppure soltanto come vesti di cui si servivano a tempo debito le Potenze nei diversi travestimenti lungo il cammino delle loro avventure celesti».
Gli dei-pianeti correvano nella fascia zodiacale popolata, come gran parte del cielo, di figure animali o umane; per questo motivo essa fu poi chiamata dai Greci zodiaco: dall'aggettivo greco zodiakòs, composto da zòdion
«animaletto», ma anche «figurina», a sua volta diminutivo di zoon«vivente, animale», ma anche «immagine, figura». Zodiakòs, come aggettivo, sottintendeva il sostantivo kùklos«cerchio, circolo», sicché l'espressione voleva dire letteralmente «circolo degli animali» per poi assumere il significato traslato di «circolo delle figure celesti». Inizialmente, infatti, i dodici segni zodiacali greci, descritti da Arato, avevano tutti l'aspetto di animali o di parti di animali; poi, nel I secolo a. C., si restaurò l'antica figura babilonese, inanimata, della Bilancia, ricavata dalle Chele dello Scorpione. Anche il resto del firmamento era popolato prevalentemente di figure animate, tant'è vero che su quarantotto costellazioni classiche soltanto otto erano inanimate: Altare, Nave Argo, Corona Boreale, Corona Australe, Cratere, Freccia e Triangolo Boreale. Quanto alla Lira, era un ibrido, poiché si presentava incorniciata da un rapace, identificato con un'aquila oppure un avvoltoio.
Lo zodiaco era ed è una fascia che taglia l'equatore celeste con un angolo di 23°27' (ma subisce una variazione secolare, attualmente in diminuzione, di quasi mezzo secondo all'anno) e sta per metà a nord e per metà a sud dell'equatore stesso. Presenta un'oscillazione lentissima con un periodo che copre centinaia di secoli, tuttavia l'obliquità rimane sempre compresa fra 21° e 28°. La sua linea mediana . l'orbita apparente del Sole - si chiama eclittica, dal greco kùklos ekleiptikòs
«cerchio dell'eclissi». Il nome deriva dal fatto che le eclissi si verificano quando Terra, Luna e Sole sono allineati, ovvero quando la Luna viene a trovarsi con la Terra e il Sole nel piano dell'eclittica; la quale è dovuta all'inclinazione dell'asse terrestre che crea l'onda zodiacale del tempo «coi due frangenti solstiziali e le due risacche equinoziali». L'inclinazione determina le stagioni, le piogge, il caldo e il freddo: è la chiave del tempo circolare, del serpente Uroboros. Non casualmente, com'è stato osservato, il Cristo sulle icone e il Buddha nelle statue benedicono divaricando medio e indice con un angolo che corrisponde all'incirca a quello attuale dell'eclittica. E non casualmente si usa portare il cappello «sulle ventitré», sebbene popolarmente si spieghi questa consuetudine sostenendo che sarebbe nata quando s'inclinavano con quell'angolo le sue falde per riparare gli occhi dai raggi del sole prossimo a calare sull'orizzonte: per capire questa espressione occorre rammentare che nel Medioevo le ventiquattro ore del giorno si calcolavano da tramonto a tramonto.
L'intero universo era racchiuso dalla sfera delle stelle fisse che ruotava con moto uniforme da oriente verso occidente intorno all'asse del mondo; la durata della sua rotazione era definita 
«giorno siderale». Al centro regnava la Terra.
Da tempo immemorabile si sapeva che la Luna, il Sole e i cinque pianeti classici percorrevano lo zodiaco nei loro differenti tempi di rivoluzione che davano la misura del tempo. Erano generalmente la Luna ed il Sole a determinare l'avvicendamento e la durata dei giorni, dei mesi e degli anni. La fissazione di questa norma temporale è detta calendario. 
«La determinazione dei periodi di tempo desunta dall'osservazione degli spostamenti degli astri nel cielo» scrive Winckler «comporta anche una rilevazione delle distanze percorse: il tempo è pertanto misurato per mezzo di spazi percorsi ed entrambe le misure sono tratte dall'osservazione del cielo. Così la scienza babilonese ha sviluppato un sistema di misure per tempo e spazio che è derivato dal cielo e trova in se stesso, dappertutto in modo unitario, le medesime misure. In altre parole: anche il numero, la matematica, sono letti in cielo. Nel grande libro del cielo è rivelato tutto il sapere.»
Successivamente si assegnò a ogni pianeta un domicilio in uno o più segni. Tolomeo spiegava che al Cancro e al Leone, essendo i più settentrionali, si assegnavano i 
«luminari», la Luna e il Sole, che erano i pianeti più importanti e potenti: al Leone, maschile, il Sole; al Cancro, femminile, la Luna. Per tale motivo l'emiciclo celeste dal Leone al Capricorno era considerato solare, diurno e maschile, mentre quello dall'Acquario al Cancro, notturno e femminile: «così in entrambi gli emicicli ogni segno zodiacale è il domicilio di uno dei cinque pianeti, uno in aspetto il Sole e l'altro con la Luna, secondo una successione che rispetta le sfere dei movimenti planetari e le specifiche proprietà naturali».
A Saturno, di natura fredda e antitetico al caldo, furono assegnati i segni diametralmente opposti al Cancro e al Leone: Capricorno (diurno) e Acquario (notturno). A Giove, pianeta temperato e sottostante la sfera di Saturno, i due segni contigui a quelli citati: Sagittario (diurno) e Pesci (notturno). A Marte, i due segni successivi, Ariete (notturno) e Scorpione (diurno). A Venere, Bilancia (diurno) e Toro (notturno). A Mercurio, più vicino ai luminari, i Gemelli (notturno) e la Vergine (diurno), i segni più prossimi alla Luna e al Sole.
Come un pianeta aveva la massima affinità con un segno, così non poteva non discordare dal segno opposto. Ispirandosi a questa considerazione, s'ideò un asse di valori contrari. Un pianeta che aveva il trono (o domicilio) in un segno, cioè era in fase di massima potenza, si trovava in esilio in quello opposto, cioè la sua attività veniva qui ostacolata o turbata. Oltre al trono, il pianeta nel segno in cui acquistava potenza aveva una 
«dignità», l'esaltazione; e, oltre all'esilio, nel segno in cui la sua potenza diminuiva aveva una «debolezza», detta caduta. Per esempio il Sole è in trono nel Leone, in caduta nella Bilancia, in esilio nell'Acquario, in esaltazione nell'Ariete.
Le sette orbite dei pianeti classici si svolgevano a livelli diversi, dai quali si ricavò l'immagine di un monte o di un cono. Il livello inferiore e più ampio era quello di Saturno mentre il più alto e stretto apparteneva alla Luna; ora, con l'inserimento dei tre nuovi pianeti, i livelli inferiori e più ampi appartengono rispettivamente, in ordine decrescente, a Plutone, Nettuno e Urano. Quella lettura del cielo si rifletté sino al Medioevo in ogni scienza. Persino la suddivisione delle scienze tradizionali in Trivio e in Quadrivio, rispettivamente lo studio delle scienze inferiori e superiori, si basava sull'immagine della rotazione dei pianeti. Le due ultime e più elevate scienze del Quadrivio erano, non a caso, la musica e l'astronomia.
L'antica dottrina dell'armonia delle sfere ispirò anche la teoria musicale, secondo la quale le sfere erano le orbite dei sette pianeti che, percorrendo lo zodiaco, producevano suoni celestiali: a questo concetto s'ispira la scala delle sette note.
Anche i colori erano attributi di un pianeta in virtù della sua azione divina: il nero apparteneva a Saturno; il giallo a Giove; il rosso a Marte; la porpora, secondo un'ipotesi non provata di Winckler, al Sole, il cui attributo fra i metalli era l'oro; il bianco a Venere; il blu a Mercurio e il verde alla Luna, il cui attributo fra i metalli era l'argento.

"Planetario" Alfredo Cattabiani
immagini:
(in alto) Antonio Canova - La Pace
(in basso) Dendera_Planisphere




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